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L’ansia da rientro non esiste: la trappola neurocognitiva della routine che non ci appartiene”

Ogni anno, con l’arrivo di settembre, torna a comparire l’espressione “ansia da rientro”, spesso usata per descrivere stanchezza, irritabilità, difficoltà a dormire, tensione e calo della motivazione dopo le vacanze. Il rischio è interpretare automaticamente questi segnali come un’incapacità di adattarsi alla ripresa, quasi come se il cervello fosse diventato pigro e dovesse semplicemente essere “rimesso in moto”. Ma il disagio del rientro può avere un significato diverso.

Durante una pausa prolungata diminuiscono le richieste di controllo, pianificazione e performance, mentre aumenta lo spazio dedicato a ritmi più spontanei, riposo e attività scelte per piacere. Tornare bruscamente a scadenze, responsabilità e aspettative può quindi generare una vera frizione interna. Non è detto che il problema sia settembre: può essere la distanza tra il modo in cui viviamo e il modo in cui avremmo bisogno di vivere.

Sono Giulia Cardinali e sono psicologa a Jesi e online, e considero questo momento dell’anno un’occasione utile per osservare cosa accade quando la routine riprende a occupare tutto lo spazio.

Ansia da rientro: quando il sistema nervoso segnala una dissonanza

Il cervello non rifiuta il lavoro o gli impegni in quanto tali. Più spesso reagisce alla rapida reintroduzione di uno stato di allerta, controllo e adattamento continuo. Nei mesi lavorativi la mente è chiamata a gestire decisioni, obiettivi, richieste esterne e imprevisti; durante le ferie, invece, molte di queste pressioni si riducono.

Il ritorno può quindi rendere evidente una dissonanza che durante l’anno resta sullo sfondo. Se compaiono oppressione, pensieri ricorrenti, irritabilità o difficoltà a “ripartire”, la risposta più utile non è necessariamente chiedersi come eliminare subito il sintomo, ma cosa quel sintomo stia segnalando.

Una psicologa per ansia può aiutare a distinguere una normale fase di riadattamento da un disagio più profondo, legato a ritmi insostenibili, aspettative eccessive o a una quotidianità vissuta in costante ipervigilanza. Le tecniche di respirazione, rilassamento o gestione dei pensieri possono essere preziose, ma diventano insufficienti se vengono usate soltanto per rendere tollerabile un contesto che continua a generare malessere.

La vera domanda non è “come torno alla routine?”, ma “questa routine mi appartiene?”

La parte più interessante del disagio da rientro emerge quando la pausa permette di sperimentare una versione diversa di sé: meno compressa dai ruoli, più libera nei tempi, più vicina ai propri bisogni. Rientrare può allora significare non soltanto tornare al lavoro, ma tornare a indossare una serie di identità e aspettative costruite nel tempo. È qui che il malessere può trasformarsi in insoddisfazione più profonda.

Non sempre serve cambiare tutto, ma può essere necessario chiedersi quali aspetti della propria vita siano diventati troppo stretti, quali compromessi non siano più sostenibili e quanto spazio rimanga per desideri, valori e priorità personali. Un percorso con una psicologa per insoddisfazione esistenziale può aiutare a leggere questa distanza senza ridurla a semplice mancanza di motivazione. L’obiettivo non è imparare a sopportare meglio una routine che non ci rappresenta, ma capire quali parti della quotidianità possano essere ripensate.

In questo senso, la cosiddetta ansia da rientro non è soltanto qualcosa da far passare: può diventare una domanda importante su come stiamo vivendo e su ciò che, forse, ha bisogno di cambiare.