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Disturbi alimentari in età adulta: segnali da non sottovalutare

I disturbi alimentari non riguardano solo l’adolescenza, come spesso si tende a pensare, ma possono emergere o riattivarsi anche in età adulta, assumendo forme meno evidenti e per questo più difficili da riconoscere.

In molti casi non si manifestano con comportamenti estremi, ma attraverso un rapporto rigido e conflittuale con il cibo, il corpo e il controllo. Diete costantemente restrittive, senso di colpa dopo aver mangiato, ossessione per il peso o per l’attività fisica, abbuffate vissute con vergogna o comportamenti compensatori nascosti sono segnali che meritano attenzione.

Spesso questi vissuti si intrecciano con stress lavorativi, cambiamenti di vita, separazioni, lutti o difficoltà relazionali, diventando una modalità per gestire emozioni complesse. La sofferenza, però, tende a rimanere silenziosa, perché in età adulta ci si aspetta di “saper gestire tutto”.

Proprio per questo molte persone rimandano la richiesta di aiuto o cercano soluzioni rapide e fai-da-te. Rivolgersi a una psicologa online può rappresentare un primo passo accessibile e meno intimidatorio, utile per iniziare a dare un nome al disagio e comprenderne il significato profondo, senza sentirsi giudicati o fuori luogo.

I segnali emotivi e comportamentali da riconoscere

Oltre ai comportamenti legati al cibo, esistono segnali emotivi e psicologici che spesso accompagnano i disturbi alimentari in età adulta. Tra questi troviamo una forte autocritica, la sensazione costante di non essere mai abbastanza, l’ansia legata al controllo e una difficoltà marcata nel riconoscere e regolare le emozioni.

Il cibo diventa uno strumento: per calmarsi, per punirsi, per riempire un vuoto o per ottenere una sensazione di controllo in momenti di instabilità.
Anche l’isolamento sociale può essere un campanello d’allarme, soprattutto quando si evitano situazioni conviviali per paura di perdere il controllo o di essere osservati. In molti casi, chi soffre minimizza il problema, convincendosi che “non è così grave” o che “può smettere quando vuole”.

Questo meccanismo di negazione rende più difficile interrompere il circolo del disturbo. Il supporto di una psicologa per disturbi alimentari è fondamentale proprio perché permette di leggere questi segnali non come mancanze di volontà, ma come espressioni di un disagio che ha bisogno di essere ascoltato, compreso e trattato con competenza e continuità.

Disturbi alimentari e vita adulta: perché chiedere aiuto è fondamentale

In età adulta, i disturbi alimentari assumono spesso un significato diverso rispetto all’adolescenza. Non si tratta solo di un rapporto problematico con il corpo, ma di una modalità consolidata di affrontare la vita, le responsabilità e le aspettative. Lavoro, famiglia, ruoli sociali e pressioni esterne possono rendere ancora più difficile fermarsi e riconoscere di aver bisogno di aiuto. Tuttavia, ignorare il problema non lo fa scomparire: al contrario, rischia di cronicizzarlo, con conseguenze importanti sulla salute fisica, emotiva e relazionale.

Chiedere supporto non significa fallire, ma prendersi cura di sé in modo responsabile. Un percorso con una psicologa per età adulta offre uno spazio in cui esplorare il legame tra il disturbo alimentare e la propria storia di vita, i bisogni emotivi insoddisfatti e le strategie di adattamento sviluppate nel tempo.

L’obiettivo non è solo modificare i comportamenti alimentari, ma costruire un rapporto più sano con il corpo, le emozioni e la propria identità.
Riconoscere i segnali e intervenire per tempo può fare una differenza profonda, aprendo la strada a un cambiamento reale e duraturo.

Ansia da prestazione: strategie psicologiche per lavoro, studio e sport

L’ansia da prestazione è una risposta emotiva comune quando ci troviamo di fronte a situazioni in cui sentiamo di dover dimostrare il nostro valore: una presentazione lavorativa, un esame universitario, una gara sportiva o una prova importante.

In questi contesti, l’attivazione emotiva può diventare eccessiva, interferendo con la concentrazione, la memoria e la capacità di esprimere le proprie competenze. Il corpo reagisce come se fosse in pericolo, anche quando la minaccia è solo simbolica: battito accelerato, tensione muscolare, respiro corto e pensieri catastrofici sono segnali frequenti.

Spesso, più cerchiamo di “controllare” l’ansia, più questa aumenta, creando un circolo vizioso che mina la fiducia in sé. Imparare a riconoscere questi meccanismi è il primo passo per gestirli in modo efficace.

In molti casi, avviare un percorso con una psicologa online consente di lavorare su questi aspetti con flessibilità, integrando strategie personalizzate nella quotidianità e affrontando le situazioni di performance con maggiore consapevolezza e realismo.

Comprendere l’ansia da prestazione e ridurre l’autosabotaggio

Uno degli elementi centrali dell’ansia da prestazione è il dialogo interno critico. Frasi come “devo riuscirci a tutti i costi”, “se sbaglio sarà un disastro” o “gli altri sono migliori di me” alimentano la pressione e riducono la spontaneità. Questo tipo di pensieri, spesso automatici, non motivano davvero, ma generano paura dell’errore e blocco.

Le strategie psicologiche più efficaci mirano a ristrutturare queste convinzioni, sostituendole con valutazioni più funzionali e realistiche.

Un altro aspetto importante è la gestione dell’attenzione: quando siamo troppo focalizzati sul risultato o sul giudizio altrui, perdiamo il contatto con il compito presente. Tecniche come il grounding, la respirazione consapevole e l’allenamento attentivo aiutano a riportare la mente “qui e ora”.

Il lavoro con una psicologa per ansia consente di integrare questi strumenti in modo coerente, adattandoli al contesto specifico – che si tratti di lavoro, studio o sport – e di comprendere come l’ansia sia spesso collegata a bisogni di riconoscimento, perfezionismo o paura del fallimento. Ridurre l’autosabotaggio significa anche accettare che la performance non definisce il valore personale.

Quando l’ansia da prestazione sfocia nel panico: come intervenire

In alcuni casi, l’ansia da prestazione può intensificarsi fino a trasformarsi in veri e propri attacchi di panico, soprattutto quando la persona teme di perdere il controllo proprio nel momento cruciale. La paura della paura diventa allora il problema principale: si inizia ad anticipare l’ansia, evitando situazioni di esposizione e rinforzando il disagio.

È importante sapere che il panico, per quanto intenso, non è pericoloso, ma questa consapevolezza da sola spesso non basta. Intervenire richiede un lavoro mirato sul corpo e sulla mente, per interrompere il circolo di allarme.

Tecniche di esposizione graduale, regolazione del respiro e comprensione dei segnali fisiologici aiutano a ridurre l’impatto degli episodi e a recuperare un senso di sicurezza.
Un percorso con una psicologa per attacchi di panico permette di affrontare queste esperienze in modo strutturato, distinguendo l’ansia funzionale – che può migliorare la performance – da quella disfunzionale, che la blocca.

L’obiettivo non è eliminare ogni forma di attivazione emotiva, ma imparare a tollerarla e utilizzarla come risorsa.

Quando l’ansia smette di essere un nemico da combattere e diventa un segnale da ascoltare, è possibile tornare a vivere lavoro, studio e sport con maggiore libertà, efficacia e fiducia in sé.

La psicoterapia come percorso di crescita personale, non solo come cura

Per molto tempo la psicoterapia è stata associata esclusivamente alla cura di un disagio evidente, a momenti di crisi profonda o a sintomi invalidanti.

Oggi, sempre più persone si avvicinano alla terapia con una prospettiva diversa: non solo per “stare meglio”, ma per conoscersi più a fondo, crescere e dare un significato più autentico alla propria esperienza di vita. La psicoterapia, infatti, non è soltanto uno strumento di riparazione, ma un percorso di esplorazione e consapevolezza che può accompagnare fasi di cambiamento, transizione o ricerca personale.

In questo senso, intraprendere un percorso con una Psicologa a Jesi o in altri contesti territoriali non significa ammettere una fragilità, ma riconoscere il valore del lavoro su di sé. La terapia diventa uno spazio protetto in cui fermarsi, riflettere e riorganizzare la propria storia, imparando a leggere emozioni, bisogni e schemi relazionali che spesso guidano le nostre scelte in modo automatico.

Crescere psicologicamente significa ampliare il proprio sguardo, sviluppare maggiore flessibilità interna e costruire un rapporto più autentico con se stessi e con gli altri.

La psicoterapia come spazio di consapevolezza e trasformazione

Quando la psicoterapia viene vissuta come percorso di crescita, il focus non è solo sul sintomo, ma sulla persona nella sua interezza. Il lavoro terapeutico permette di riconoscere pattern ricorrenti, modalità di pensiero e comportamenti che, pur essendo familiari, possono limitare la libertà personale.

Attraverso il dialogo e l’ascolto profondo, si impara a distinguere ciò che appartiene davvero ai propri desideri da ciò che è stato interiorizzato per adattamento o paura di perdere l’altro.
Questo processo di consapevolezza è trasformativo: non perché cambia magicamente la realtà esterna, ma perché modifica il modo in cui la si vive.

La terapia diventa anche uno spazio in cui esplorare le dinamiche relazionali più importanti, come accade nella psicoterapia di coppia, dove il lavoro non riguarda solo la risoluzione dei conflitti, ma la possibilità di costruire una relazione più matura, comunicativa e rispettosa dei bisogni reciproci.

In quest’ottica, la psicoterapia aiuta a sviluppare competenze emotive fondamentali: riconoscere i propri confini, tollerare la frustrazione, comunicare in modo autentico e assumersi la responsabilità delle proprie scelte. La crescita personale non è un percorso lineare, ma la terapia offre una bussola per orientarsi nei momenti di incertezza.

Dalla sofferenza alla crescita: rompere schemi e costruire autonomia

Molti percorsi terapeutici iniziano da una sofferenza concreta, ma evolvono in un lavoro più ampio di ristrutturazione del proprio modo di stare al mondo. Questo è particolarmente evidente quando si affrontano tematiche legate alla dipendenza emotiva, alla paura dell’abbandono o alla difficoltà di sentirsi completi senza l’altro.

Un percorso con una psicologa per dipendenza affettiva, ad esempio, non si limita a ridurre il dolore della separazione o della relazione disfunzionale, ma accompagna la persona nella costruzione di un senso di sé più solido e autonomo. La crescita personale passa attraverso la capacità di stare in relazione senza annullarsi, di scegliere senza sentirsi in colpa e di riconoscere il proprio valore al di là dello sguardo altrui.

In questo processo, la psicoterapia diventa uno spazio di allenamento emotivo, in cui sperimentare nuove modalità di pensiero e comportamento in un contesto sicuro.

Come la Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale Aiuta nei Conflitti di Coppia

I conflitti di coppia sono una parte naturale di ogni relazione, ma quando diventano frequenti, intensi o irrisolti possono minare profondamente il legame affettivo. Spesso le coppie arrivano a un punto in cui si ha la sensazione di “parlare due lingue diverse”, pur condividendo la stessa vita quotidiana.

In queste situazioni può emergere un forte senso di stanchezza emotiva, accompagnato dalla paura che il rapporto non possa più cambiare. Discussioni ricorrenti, incomprensioni, silenzi prolungati o reazioni emotive sproporzionate non nascono solo dal problema in sé, ma dal modo in cui ciascun partner interpreta le situazioni e reagisce ad esse.

La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) si rivela particolarmente efficace perché lavora proprio su questo livello: aiuta a riconoscere i pensieri automatici, le convinzioni disfunzionali e i comportamenti che alimentano il conflitto.

Attraverso un percorso strutturato, la coppia impara a leggere la realtà in modo più equilibrato, riducendo le distorsioni cognitive che spesso portano a fraintendimenti e accuse reciproche. In questo processo, anche il supporto di una psicologa e psicoterapeuta online può rappresentare una risorsa preziosa, rendendo il percorso più accessibile e compatibile con i ritmi di vita quotidiani.

Comprendere le emozioni e interrompere i circoli viziosi

Uno degli aspetti centrali dei conflitti di coppia è la difficoltà nel gestire le emozioni intense che emergono durante le discussioni. Rabbia, frustrazione, senso di rifiuto o paura dell’abbandono possono prendere il sopravvento, spingendo i partner a reagire in modo impulsivo o difensivo. La CBT aiuta a individuare i cosiddetti “circoli viziosi”: sequenze ripetitive in cui un pensiero negativo genera un’emozione spiacevole che porta a un comportamento controproducente, alimentando ulteriormente il conflitto.

Imparare a fermarsi, riconoscere ciò che si sta provando e dare un nome alle proprie emozioni è un primo passo fondamentale.
Questo lavoro è particolarmente utile quando uno o entrambi i partner vivono stati di forte attivazione emotiva, come tensione costante o preoccupazioni eccessive.

In questi casi, il supporto di una psicologa per ansia può aiutare a sviluppare strategie di regolazione emotiva che migliorano non solo il benessere individuale, ma anche la qualità della relazione.

Ricostruire la comunicazione e rafforzare il legame

Quando il conflitto diventa cronico, spesso la comunicazione di coppia si deteriora: si parla per accusare, difendersi o vincere la discussione, perdendo di vista l’ascolto e la comprensione reciproca.

La CBT applicata alla psicoterapia di coppia lavora in modo concreto su queste dinamiche, insegnando abilità comunicative più funzionali. I partner imparano a esprimere i propri bisogni in modo chiaro e rispettoso, a formulare richieste realistiche e a tollerare le differenze senza viverle come una minaccia.
Un altro obiettivo fondamentale è la costruzione di nuovi comportamenti positivi: piccoli cambiamenti quotidiani che, nel tempo, rafforzano la fiducia e il senso di alleanza.

Attraverso esercizi pratici e obiettivi condivisi, la coppia può trasformare il conflitto da elemento distruttivo a occasione di crescita, ritrovando un equilibrio più sano e consapevole nel rapporto.
Affrontare quindi i conflitti di coppia con un approccio strutturato e consapevole, permette di andare oltre la semplice risoluzione delle discussioni, lavorando sulle cause profonde del disagio relazionale.

La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale offre strumenti concreti per migliorare la comunicazione, gestire le emozioni e costruire un legame più equilibrato, aiutando la coppia a ritrovare fiducia, connessione e progettualità condivisa.

Mindfulness e terapia cognitiva: strumenti pratici per ridurre lo stress quotidiano

Lo stress quotidiano è diventato una presenza costante nella vita di molte persone, alimentato da ritmi frenetici, responsabilità lavorative, relazioni complesse e continue richieste di prestazione.

Spesso si ha la sensazione di dover “tenere tutto sotto controllo”, senza mai concedersi una vera pausa mentale. Questa pressione continua può portare a stanchezza emotiva, difficoltà di concentrazione e a un generale senso di sovraccarico. La mente resta così intrappolata tra pensieri sul futuro o rimuginazioni sul passato, perdendo il contatto con il momento presente.

La combinazione tra mindfulness e terapia cognitiva rappresenta un approccio efficace per interrompere questo meccanismo automatico. La mindfulness aiuta a sviluppare una consapevolezza non giudicante di ciò che accade nel qui e ora, mentre la terapia cognitiva lavora sui pensieri disfunzionali che contribuiscono a mantenere lo stress.

Integrate insieme, queste pratiche permettono di riconoscere le fonti di tensione e di rispondere in modo più flessibile e consapevole alle difficoltà quotidiane. In questo percorso, affidarsi a una psicologa a Jesi può offrire un supporto professionale mirato, capace di adattare gli strumenti alle esigenze personali e al contesto di vita di ciascuno.

Mindfulness: imparare a fermarsi e ascoltare

La mindfulness è una pratica che insegna a portare attenzione al presente attraverso esercizi di respirazione, osservazione del corpo e consapevolezza dei pensieri. Non si tratta di “svuotare la mente”, ma di imparare a osservare ciò che accade senza reagire automaticamente.

Questo approccio è particolarmente utile quando lo stress si manifesta con sintomi intensi come tachicardia, tensione muscolare o senso di perdita di controllo.

Con la pratica costante, si sviluppa una maggiore capacità di riconoscere le proprie reazioni abituali e di ridurre l’impatto emotivo degli eventi stressanti. Praticare mindfulness aiuta a riconoscere precocemente i segnali di attivazione emotiva, creando uno spazio tra lo stimolo e la risposta. In questo spazio diventa possibile scegliere come agire, anziché farsi travolgere dalle reazioni impulsive.

Per chi sperimenta crisi acute di ansia, il supporto di una psicologa per attacchi di panico può essere fondamentale per integrare la mindfulness in un percorso strutturato, imparando a utilizzare queste tecniche nei momenti critici e a ridurre gradualmente la paura delle sensazioni fisiche associate allo stress.

Terapia cognitiva: cambiare il rapporto con i pensieri

La terapia cognitiva si concentra sul modo in cui i pensieri influenzano le emozioni e i comportamenti. In situazioni di stress, la mente tende a produrre valutazioni rigide, catastrofiche o ripetitive che aumentano il disagio.

Attraverso tecniche specifiche, la terapia cognitiva aiuta a identificare questi schemi mentali e a metterli in discussione, favorendo interpretazioni più realistiche e funzionali.

Quando la mindfulness viene integrata in questo lavoro, la persona impara non solo a modificare i contenuti dei pensieri, ma anche a osservarli con maggiore distacco. Questo approccio è particolarmente utile per chi vive pensieri intrusivi e ripetitivi, che generano ansia e senso di costrizione mentale.

In questi casi, il percorso con una psicologa per disturbi ossessivo compulsivi può aiutare a ridurre il peso dei pensieri ossessivi e a sviluppare una relazione più sana e flessibile con la propria mente.

Resilienza psicologica: come sviluppare la capacità di affrontare le difficoltà

La resilienza psicologica è la capacità di adattarsi alle avversità, di attraversare momenti complessi senza esserne sopraffatti e di ritrovare un equilibrio anche dopo eventi dolorosi o stressanti.

Spesso si pensa che le persone resilienti siano quelle che “non si lasciano colpire”, ma in realtà la resilienza nasce proprio dal contatto con la fragilità e dalla capacità di attraversarla. È un processo dinamico, che cambia nel tempo e si modella sulle esperienze di vita di ciascuno. Non significa “non soffrire”, ma saper riconoscere le proprie emozioni e utilizzarle come risorsa per andare avanti.
Nella vita quotidiana tutti si trovano prima o poi ad affrontare perdite, cambiamenti improvvisi, fallimenti o periodi di forte pressione emotiva. In questi momenti, la resilienza diventa una competenza fondamentale per mantenere il benessere psicologico. È una capacità che non è innata in modo rigido, ma può essere sviluppata e rafforzata nel tempo attraverso l’autoconsapevolezza, il supporto relazionale e strumenti psicologici mirati.

Anche il confronto con una psicologa online può rappresentare un valido aiuto per imparare a leggere le difficoltà da una prospettiva più ampia e costruttiva, soprattutto quando le risorse personali sembrano non bastare.

Le basi della resilienza: emozioni, pensieri e relazioni

Sviluppare resilienza significa prima di tutto imparare a riconoscere e accettare le proprie emozioni, senza giudicarle o reprimerle. Rabbia, paura, tristezza e frustrazione non sono segnali di debolezza, ma reazioni naturali a situazioni difficili.

Un altro elemento centrale è il modo in cui interpretiamo ciò che accade: pensieri rigidi o catastrofici possono amplificare il disagio, mentre una lettura più flessibile della realtà favorisce l’adattamento.

Anche le relazioni giocano un ruolo fondamentale: sentirsi ascoltati, compresi e sostenuti aumenta la capacità di affrontare gli ostacoli.

Queste competenze si costruiscono fin dall’età evolutiva, ed è per questo che il supporto di una psicologa per infanzia e adolescenza può essere determinante nel promuovere nei più giovani una buona regolazione emotiva, una sana autostima e strategie efficaci per fronteggiare le difficoltà scolastiche, relazionali o familiari.

Rafforzare la resilienza nei momenti di crisi

Nei periodi di crisi profonda, può emergere una sensazione di vuoto, smarrimento o perdita di significato, che rende difficile reagire e progettare il futuro. In questi casi, lavorare sulla resilienza significa recuperare un senso di direzione e di coerenza personale.

Questo processo passa spesso attraverso la ridefinizione dei propri valori, delle aspettative e degli obiettivi di vita, accettando che il cambiamento faccia parte dell’esperienza umana. Allenare la resilienza implica anche sviluppare la capacità di tollerare l’incertezza e di riconoscere i propri limiti senza viverli come un fallimento.

Quando il disagio è legato a una profonda insoddisfazione o a una crisi di senso, il percorso con una psicologa per insoddisfazione esistenziale può aiutare a esplorare le domande interiori più importanti, trasformando la sofferenza in un’occasione di crescita e di riorientamento personale.

In questo modo, la resilienza diventa non solo una risposta alle difficoltà, ma una competenza che accompagna la persona lungo tutto il suo percorso di vita.

Psicoterapia online: come funziona davvero e quando è la scelta giusta

Negli ultimi anni la psicoterapia online si è affermata come una modalità sempre più diffusa e riconosciuta per prendersi cura della propria salute psicologica. Sempre più persone scelgono questa formula non solo per comodità, ma anche per la possibilità di integrare il percorso terapeutico in modo più fluido nella propria quotidianità.

In molti casi, la possibilità di collegarsi da un luogo familiare favorisce un maggiore senso di sicurezza e apertura emotiva. Non si tratta di una soluzione “di emergenza” o di un’alternativa di minor valore rispetto alla terapia in presenza, ma di un setting strutturato che segue gli stessi principi teorici, etici e clinici.

Gli incontri avvengono tramite videochiamata, in giorni e orari concordati, garantendo continuità, riservatezza e uno spazio protetto di ascolto. Questa modalità consente di superare barriere logistiche come distanza, spostamenti o difficoltà organizzative, rendendo l’accesso al supporto psicologico più semplice e flessibile.

Affidarsi a una Psicologa online permette di iniziare o proseguire un percorso anche in momenti di cambiamento, mantenendo una relazione terapeutica stabile e focalizzata sugli obiettivi personali.

Come funziona la psicoterapia online nella pratica

Dal punto di vista pratico, la psicoterapia online si struttura in modo molto simile a quella in studio. Dopo un primo colloquio conoscitivo, utile per comprendere il motivo della richiesta e valutare gli obiettivi, si stabilisce un percorso personalizzato. Le sedute hanno una durata definita, solitamente intorno ai 45-50 minuti, e si svolgono in uno spazio scelto dalla persona, purché riservato e tranquillo.

Un aspetto centrale è la qualità della relazione terapeutica, che non viene meno attraverso lo schermo: empatia, ascolto e alleanza di lavoro restano elementi fondamentali. Questo approccio si rivela particolarmente adatto per chi affronta problematiche legate a cambiamenti di vita, relazioni, lavoro o gestione dello stress, tipiche dell’età adulta.

In questi casi, il supporto di una psicologa per età adulta consente di lavorare su responsabilità, ruoli e aspettative, aiutando la persona a ritrovare equilibrio e consapevolezza anche in fasi di forte pressione emotiva.

Quando la psicoterapia online è la scelta giusta

La psicoterapia online può essere una scelta efficace in molte situazioni, ma è importante valutare quando rappresenta l’opzione più adatta. È indicata per chi desidera un percorso continuativo ma ha difficoltà a raggiungere uno studio, per chi viaggia spesso o per chi si sente più a proprio agio nel proprio ambiente domestico.

Può essere particolarmente utile anche per persone che vivono momenti di chiusura, isolamento o perdita di motivazione, perché abbassa la soglia di accesso alla cura.

In presenza di disturbi dell’umore, come tristezza persistente, apatia o senso di vuoto, il lavoro terapeutico online consente di intervenire in modo strutturato e progressivo. In questi casi, il percorso con una psicologa per depressione permette di affrontare i pensieri negativi, recuperare energie emotive e costruire nuove strategie di gestione del quotidiano.

In definitiva, la psicoterapia online è una scelta valida quando risponde ai bisogni della persona, favorendo continuità, accessibilità e un lavoro psicologico profondo e mirato.

Esercizi per scoprire se soffri di bassa autostima e come combatterla

Una buona autostima non coincide necessariamente con l’amarsi alla follia ma semplicemente con l’accettazione di sé e la non svalutazione.

Questo è quanto basta per avere una visione realistica di sé e dei propri limiti e muoversi nella propria vita in base a parametri realistici piuttosto che a parametri impostati “per difetto” che poi ci portano a vivere “a ribasso” delle nostre possibilità.

Noi ci relazioniamo con il mondo spesso in base ai pensieri che facciamo su di esso piuttosto che sulle sue caratteristiche oggettive. Pertanto è molto importante impostare il più realisticamente possibile la “macchina che produce i pensieri” e di conseguenza, la nostra vita.

Questa “macchina”, che è la nostra mente, lavora in base ad algoritmi costituiti dalle “nostre convinzioni di base” che si strutturano attraverso la cultura, le esperienze e le inclinazioni personali e si mantengono attraverso i cosiddetti “meccanismi di mantenimento”.

I meccanismi di mantenimento della bassa autostima:

  • Il primo meccanismo di mantenimento: l’attenzione selettiva

Il primo meccanismo di mantenimento è costituito dall’attenzione selettiva. Cosa pensi quando cerchi qualcosa? Probabilmente ripeterai nella tua mente quella stessa cosa che stai cercando per focalizzare l’attenzione sui frammenti di realtà che hanno maggiori probabilità di portarti all’obiettivo.

Cosa accadrà quindi, se ti ripeti di essere impotente, incompetente, inadeguato, fragile ecc? La tua attenzione selezionerà i frammenti di esperienza che convalideranno la tua convinzione. Partendo da tali convinzioni la persona sarà portata a strutturare il secondo meccanismo di mantenimento: “le regole di vita disfunzionali” che mirano a compensare la bassa autostima.

  • Il secondo meccanismo di mantenimento: le regole di vita disfunzionali

Si eseguono tali prescrizioni con la convinzione che possano preservare la nostra autostima allontanandoci dalle situazioni che pensiamo la metterebbero a repentaglio. Ma come ci sentiremmo se non parlassimo con nessuno con la convinzione che se lo facessimo saremmo esclusi? Probabilmente ci sentiremmo esclusi a priori poiché strutturiamo la nostra vita in base alla paura di confermare questa nostra convinzione.

Sono regole che ci proteggono dalla paura di vedere confermate certe convinzioni che noi stessi stiamo già confermando nel momento in cui tentiamo di proteggerci da esse. Alcuni esempi di regole di vita disfunzionali possono essere: devo sempre ottenere il massimo per essere considerato, devo stare solo per non essere criticato, devo sempre piacere a tutti per non rimanere solo, non devo esprimere opinioni per non essere escluso ecc..

Le regole di vita disfunzionali “funzionano” per far stare meglio la persona con bassa autostima solo fino a quando, inesorabilmente, vengono messe a repentaglio o vengono infrante. Dico inesorabilmente perché essendo regole estremamente rigide non hanno possibilità di essere sempre (e nemmeno spesso) rispettate.

Quando la persona percepisce l’avvicinarsi di una situazione che potrebbe minacciare la propria regola di vita e, confermare quindi la propria convinzione di base, tende a provare forte ansia e a mettere in atto il terzo meccanismo di mantenimento: l’evitamento della situazione.

  • Il terzo meccanismo di mantenimento: l’evitamento

Tale comportamento, sebbene a breve termine riduca drasticamente l’ansia, a lungo termine mantiene le convinzioni sulla bassa autostima perché non permette di mettere in discussione le proprie credenze disfunzionali e di conseguenza di modificare l’immagine negativa di sé.

Per di più, assolvendo inizialmente alla funzione di diminuire l’ansia e stare meglio, l’evitamento sarà un comportamento che verrà riproposto con tutte le sue conseguenze. L’evitamento, con l’inevitabile messa in crisi delle regole di vita, tenderà ad aumentare e estenderà così nei confronti delle situazioni sociali, lavorative e nei confronti di sé, dei propri bisogni, valori e aspirazioni profonde.

Ed è così che piano piano, con la convinzione di proteggersi, la persona con bassa autostima si allontana da una vita soddisfacente e spende il proprio tempo a schivare le paure e a cercare di salvarsi dal giudizio altrui piuttosto che a inseguire le proprie inclinazioni e aspirazioni.

Trattare la bassa autostima

Molte persone non sono consapevoli di avere un problema di bassa autostima poiché essendosi quest’ultima strutturata sulle “convinzioni di base, portano la persona a non rilevare l’opinione negativa di sé come errore di valutazione, ma come dato di fatto. Inoltre la bassa autostima si camuffa spesso tra le regole di vita che, nel tentativo di compensarla, si strutturano e automatizzano vincolando la routine quotidiana senza che la persona ne sia consapevole.

Alcuni sintomi che possono destare sospetti riguardo la bassa autostima possono essere: indecisione e insoddisfazione eccessive, stress, difficoltà a dire no, ostentare eccessiva sicurezza, eccessivo timore di essere abbandonati, timore eccessivo del giudizio altrui, perfezionismo, disturbi psicosomatici.

Se pensi di avere problemi di autostima utilizza questi esercizi per testare la loro presenza e pervasività nella tua vita:

  1. Presta attenzione a tutte le volte che ti critichi e chiediti a cosa ti serve rivolgerti l’autocritica
  2. Chiediti se e come l’autocritica è efficace nel modificare le cose
  3. Chiediti se utilizzeresti lo stesso metodo con una persona a cui vuoi bene
  4. Prova a stilare una lista dei vantaggi e degli svantaggi dell’avere bassa autostima concentrando la tua attenzione su cosa avresti paura di perdere se aumentassi la tua autostima.
  5. Scrivi una descrizione di te stesso in prima persona e successivamente una descrizione di te stesso in terza persona come se fosse un amico/un’amica che ti vuole bene a farlo e valuta le differenze rispetto a ciò che tu scrivi di te stesso
  6. Prova ad ipotizzare i motivi che ti portano a descriverti in modo differente rispetto al tuo amico
  7. Identifica i tuoi comportamenti di evitamento e focalizza l’attenzione su ciò che cerchi di evitare
  8. Stila una lista delle situazioni che eviti partendo da quella che ti desta più ansia fino a quella che ti preoccupa di meno
  9. Prova ad astenerti dai comportamenti di evitamento, osserva bene cosa si attiva in te e affronta le situazioni a partire da quella che desta in te meno ansia
  10. Valuta l’esito dell’astensione e dell’esposizione alla situazione temuta

Se vuoi un supporto ti sarà utile sapere che la terapia cognitivo comportamentale della bassa autostima ideata da Melanie Fennell dell’Università di Oxford è il trattamento con maggiori evidenze di efficacia per questa problematica.

Come riconoscere la Violenza Psicologica?

L’invisibile pesantezza della violenza psicologica. Ma come capire se si è vittime di violenza? 

La violenza psicologica è la più complicata da individuare, questo perché è una forma di maltrattamento subdola. Segue, infatti, un percorso lento e silenzioso di cui spesso la vittima non né è consapevole.

Come riconoscere se un partner fa violenza psicologica? Ecco le domande da porsi:

Ti svaluta in continuazione. Ironia o umiliazione?

“Mi diceva che non valevo niente e che non sapevo fare niente

“Rimarrai sola, non sei buona neanche come madre”

“A letto non vali niente, sei un’impedita”

“Ricordo una cena con amici in cui mi derideva davanti a tutti

Il partner opera una svalutazione continua, da semplici critiche sulla persona a umiliazioni continue, gratuite ed infondate. In questo modo si cerca di minare la vostra autostima facendovi sentire inadeguate e mai all’altezza.

Controlla le tue amicizie e i tuoi affetti?

“Non potevo neanche parlare con le mie sorelle”

“Criticava sempre la mia famiglia”

“Parlavo a telefono con le mie amiche quando lui usciva, altrimenti si innervosiva”

“Mi sentivo sempre in ansia”

Spesso infatti l’uomo tenta e riesce ad isolare la partner dal contesto socio-familiare. In questo modo è più facile avere il pieno controllo della vittima.

Ha delle gelosie ingiustificate?

“E non andava mai bene come mi vestivo, troppo corto, troppo aderente, troppo scollato” “All’inizio credevo fosse normale, poi diventava sempre più assillante”

“Ricordo che sospettava che lo tradivo con tutti, anche con i suoi amici”

Spesso l’uomo che abusa psicologicamente della sua vittima ha delle gelosie anormali, non giustificate dalla realtà oggettiva. Questa gelosia può trasformarsi in ossessione e in reazioni esagerate.

Ha delle reazioni improvvise?

“Cercavo sempre di essere attenta nelle cose che facevo, cercavo di accontentarlo”

“Gli rispondevo sempre per non farlo innervosire e per avere la sua approvazione”

 “Cercavo sempre di placare le sue reazioni”

In questo modo offri al partner la gestione del tuo umore e della tua autostima.

Si pente e recita la parte del buono?

A volte il manipolatore può giocare a fare la vittima: scarica tutte le colpe su di te per farti sentire in colpa e riprendere il pieno controllo della situazione.

Cerca di avere il dominio su di te?

“Alla fine decidevo di fare quello che sceglieva lui solo per stare più tranquilla”

A volte c’è una parvenza di parità ma osserva bene, perché a volte la violenza psicologica è presente nelle relazioni asimmetriche. Mentre tu cerchi di accontentarlo lui alza il tiro.

Ti controlla ossessivamente?

“Ricordo che controllava anche il mio cellulare

“Controllava i miei profili social”

“Controllava anche quello che spendevo”.

Se ti sei riconosciuta in questi segnali inizia a riflettere. Ricorda che per uscire dalla spirale della violenza psicologica serve la consapevolezza di essere abusate psicologicamente. Non è sempre facile avere la piena consapevolezza della rete in cui si è finite. Non esistono ricette miracolose se non allontanarsi dall’abusante ma spesso questo non è facile o perlomeno può sembrare difficile.

Per questo motivo un gradino alla volta, iniziate per gradi e con il chiedere aiuto, iniziate a parlarne. Solo in questo modo riuscirete a scalare la vetta.

Balbuzie e Resilienza: 5 modi per resistere alle cadute

Perché è così importante la resilienza per una persona che balbetta. Proviamo a vedere come imparare a sviluppare questa preziosa risorsa psicologica. 

Dal momento che balbettare, bloccarsi o semplicemente tentennare è percepito da chi balbetta esattamente come una caduta, saper reagire alle insidie della balbuzie diventa una risorsa psicologica importante da coltivare e sviluppare. Questo accade, in particolar modo, quando la balbuzie si presenta proprio nei momenti più inopportuni, come quando c’è un piccolo pubblico ad ascoltare o al cospetto di una persona percepita come importante (il capo al lavoro, l’insegnante, un ragazzo o una ragazza per cui proviamo particolare interesse). Risolvere la balbuzie non è solo una questione di ripetizioni o di blocchi, ma è fondamentale riuscire a lavorare su se stessi per non rimanere travolti dall’effetto della caduta. Nel trattamento della balbuzie aumentare la resilienza diventa infatti un potente fattore protettivo.

Prendiamo l’esempio di una persona che sta seguendo un trattamento per smettere di balbettare. Sta seguendo un buon percorso e sta facendo grandi progressi. Una sera si trova con i suoi amici e sta finalmente parlando bene come non mai, è felice e si sente al settimo cielo. Poi, ad un tratto, a fine serata, al momento di salutare quella B esce male e dice “B-B-Buonanotte”. Ecco che entra in gioco la resilienza! Una persona poco resiliente la prende come una sconfitta, chi invece è resiliente lo considera solo un errore di percorso che può essere recuperato con un impegno maggiore.

Più velocemente riesci a riprenderti da una perdita, da una sconfitta, da una caduta e più sei resiliente.

Parlare dunque di resilienza è un viaggio che ha a che fare con le nostre più importanti risorse psicologiche.

Ecco perché in questo articolo ho raccolto informazioni da vari esperti e dalla mia esperienza personale e professionale condensando in 5 passi il viaggio verso lo sviluppo della tua resilienza.

  1. DIVENTA GENTILE CON TE STESSO

Essere severi con se stessi diminuisce la tua capacità di rialzarti, quindi la tua resilienza. Marco, ad esempio, dopo aver balbettato durante un esame universitario reagiva molto male ai suoi blocchi, usava parole dure contro se stesso, diceva: “E’ stato orribile, sembravo uno stupido!”. Sopratutto quando cadi hai bisogno di essere gentile. Non sto dicendo che devi perdonarti ogni errore e quindi concederti di rimanere nel punto dove sei, ma piuttosto trattarsi come farebbe un amico vero, un amico sincero che non nega i tuoi errori ma che ti esorta a risalire sulla barca, resilienza deriva proprio dal latino RESALIO cioè risalire.

Prova a farci caso. Come ti tratti ogni volta che ti capita di sbagliare?

Senti di avere dentro il tuo migliore amico o un giudice ingiusto?

I giudizi negativi che dai a te stesso ogni volta che cadi sono una zavorra che rende tutto più difficile.

  1. IMPARA IL CAMBIO DI PROSPETTIVA

Saper leggere gli errori in modo diverso aumenta la resilienza. Il cambio di prospettiva in psicologia si dice ristrutturazione cognitiva. Ristrutturare significa trovare gli elementi positivi in un evento, modificare il nostro modo di guardarlo. Un esempio è quando, alle prese con una sfida, sentendo lo stress che ci arriva, riusciamo a leggerlo come attivazione e non più come l’anticamera del blocco.

In che modo? Ci sono ricerche scientifiche che provano che se le persone si allenano a interpretare i cambiamenti fisiologici dovuti all’emozione come una preparazione del corpo a fare bene, lo stress diventa positivo anche al livello biologico. D’altronde non è vero che esiste solo uno stress negativo, lo sanno bene gli sportivi che esiste anche uno stress positivo chiamato eustress.

Quindi prova a rivalutare dentro di te le sensazioni che percepisci, ogni volta che ti senti in ansia, prova a pensare che è il tuo corpo che si sta preparando ad agire e non che è il segno che stai per balbettare. A tal proposito Kelly McGonigal, una psicologa americana, dice:

Se scegliete di vedere la reazione allo stress come utile, create la biologia del coraggio!”.

  1. STOP ALLE SCUSE!

Probabilmente ti sarà capitato di avere un pensiero del tipo: “Essere balbuziente è il mio destino, non c’è nulla che io possa fare! Sono semplicemente sfortunato!”.

In realtà chi rede di essere balbuziente per destino, automaticamente si risparmia la fatica di scommettere su se stesso, perché tanto nulla dipende dal proprio operare. Se ci si esonera dalla possibilità di agire per cambiare, ci si abitua a vivere come spettatore la propria vita. Seduti in panchina, non si può fare goal. Pertanto, se si vuole risolvere il problema “balbuzie”, imparare a confutare questo pensiero disfunzionale risulta indispensabile. Un pensiero alternativo a quello sopra può essere questo:

“Gran parte di quello che mi accade dipende da me e da come e quanto mi alleno. Se ho la balbuzie è perché mi sono inconsapevolmente allenato per tanto tempo a mantenerla, alimentandola con comportamenti, pensieri ed emozioni poco funzionali. Io e soltanto io posso riprendermi il potere che le ho dato”.

Assumiti quindi la responsabilità di affrontare le situazioni, di esporti a nuove opportunità e quindi a nuovi rischi e pericoli. Assumiti la responsabilità della tua comunicazione e sii disposto a sopportare brevi periodi di disagio: è la chiave per il cambiamento. Se si è disposti ad assumere rischi, è possibile realizzare una trasformazione significativa. Basta scuse!

  1. SVILUPPA IL TUO SENSO DI AUTOEFFICACIA

Cadere così spesso dove gli altri vanno spediti è un’esperienza che lascia traccia, lascia l’idea di non essere bravi a parlare, di non essere efficaci nella comunicazione. Non è una questione di autostima, salvo qualche caso, in generale una persona che balbetta sa benissimo quanto vale e non si giudica male sempre, lo fa solo nel momento in cui deve giudicare la sua efficacia nella parlata. E’ quello che Albert Bandura, uno degli psicologi più autorevoli del mondo, ha chiamato senso di autoefficacia. Bandura dice:

«una persona può giudicarsi irrimediabilmente inefficace in una data attività senza per questo patire una qualsiasi perdita di autostima».

Il credere di non riuscire a parlare fluentemente in una data situazione porta oltre che ad un peggioramento della performance anche ad una tendenza ad evitare situazioni.

Per aumentare l’autoefficacia nei compiti verbali puoi iniziare ad affrontare per gradi le situazioni comunicative, anche prendendo nota su un diario personale. Questo ti permetterà di vivere le difficoltà come sfide da superare e non come pericoli da evitare. Un ulteriore consiglio al riguardo può essere quello di crearsi intorno un ambiente favorevole con persone che favoriscano l’autoefficacia e spesso, per poter far questo, il primo passo è raccontarsi a qualche amico fidato o ad un genitore che possa fare da complice nell’intento di migliorarsi.

  1. LA TRAPPOLA DELLE ASPETTATIVE

Può capitare che ci si senta frustrati, succede quando la persona avverte la balbuzie come un ostacolo insormontabile e a quel punto pensare di rialzarsi sembra una cosa impossibile. Questo senso di frustrazione è un veleno per la propria resilienza e comprendere come fare a disintossicarsi può essere di grande aiuto.

Da dove ripartire? Pietro Trabucchi, psicologo autore del libro “Resisto dunque sono”, scrive: “la frustrazione è riconducibile alla delusione delle aspettative”. Se parliamo di un adulto la sua tendenza a porsi aspettative troppo alte deriva dai genitori, se invece parliamo di bambini è il genitore che deve riflettere sui messaggi che manda, perché le aspettative alte producono messaggi del tipo:

“Non devo assolutamente balbettare e non fare una brutta figura se no sono un fallito!” 

“Stasera siamo a cena con i miei amici, stai attento alla parlata, non devi balbettare” 

“Non devi balbettare perché ormai hai fatto il corso e sai come parlare”. 

L’utilizzo del termine “devo”, non prevedendo possibilità di errorefinisce per rendere la persona schiava dell’unico modo di pensare in termine di dovere. Pertanto, sarebbe bene allenarsi ad un pensiero più libero, quale:

“Preferirei essere bravo e non fare una brutta figura. Tuttavia, non escludo il fatto che possa succedere di non essere in grado di esprimermi al meglio. Ciò non vorrà dire che sono un fallito, ma una persona in cammino, con le sue conquiste e le sconfitte che servono per imparare e migliorarsi”.

La resilienza è un fattore psicologico che si può sviluppare e si può anche allenare. Fino a qualche anno fa eravamo convinti che la reazione agli errori fosse solo una questione di genetica, dicevamo infatti: “che posso farci, sono fatto così”. Oggi sappiamo che in realtà questa cosa dipende solo in piccolissima parte dalla genetica, dipende piuttosto dalle esperienze che hanno modificato il tuo atteggiamento mentale.